Archive for Novembre 2006
Agricoltura, un vero disastro
Quasi trecento milioni di euro. A tanto ammontano i danni e le perdite all’agricoltura, alla pesca e al settore forestale provocati in Libano dai bombardamenti della scorsa estate. E’ quanto emerge da un nuovo rapporto di valutazione pubblicato oggi dalla Fao. I bombardamenti che hanno danneggiato o distrutto le coltivazioni, gli allevamenti e le attrezzature agricole. Ma molto più grave, secondo il rapporto, è stato l’impatto economico indiretto del conflitto in termini di perdita dei mercati e di posti di lavoro. I bombardamenti hanno avuto come bersaglio principalmente il sud del Libano ed i sobborghi sud di Beirut, aree tra le più povere del paese e dove l’agricoltura rappresenta quasi il 70 per cento delle fonti di reddito delle famiglie. Le perdite maggiori sono state attribuite all’impossibilità di accedere ai campi durante il conflitto, che ha coinciso con un momento cruciale per il raccolto di alcune coltivazioni destinate all’esportazione [principalmente frutta e patate]. Secondo il rapporto buona parte della produzione di quest’anno è rimasta a marcire nei campi, poiché i bombardamenti hanno costretto i contadini ad abbandonare la terra, e le vie di comunicazione per il mercato sono diventate impraticabili. Per di più molti campi agricoli saranno inutilizzabili fintanto che non vengano rimosse le bombe inesplose. Questa è la situazione per il 25 per cento della terra coltivata del sud del Libano. Il totale delle perdite finanziarie dovute ai danni fisici ed alla perdita del raccolto di coltivazioni e produzione ortofrutticola nel solo Libano meridionale ammonta a circa 94 milioni di dollari, ma il danno finanziario complessivo alla produzione agricola è ben più alto ed è stimato intorno a 232 milioni di dollari secondo la Fao. Circa 3050 bovini da latte, 1250 tori, 15mila tra capre e pecore, 18mila alveari ed oltre 600mila polli sono andati perduti come diretta conseguenza delle ostilità. La FAO quantifica le perdite finanziarie nel settore zootecnico a circa 22 milioni di dollari. Per quanto riguarda il settore della pesca, la distruzione delle infrastrutture nel porto di Ouzaii, e la perdita di 328 imbarcazioni con relative attrezzature, ha causato danni complessivi per circa 3 milioni di dollari. L’avere centrato gli allevamenti di trote di Hermel, nella Valle di Bekaa, ha causato la perdita di circa 300 tonnellate di pesce. La valutazione della Fao porta la perdita complessiva del settore pesca a 9,7 milioni di dollari. Per il settore forestale i danni stimati sono di circa 16 milioni di dollari principalmente a causa degli incendi non domati esplosi nel corso delle ostilità. “Con la perdita dei proventi della produzione agricola e zootecnica, molti contadini si sono pesantemente indebitati. Era prassi corrente per loro ripagare i debiti nel periodo del raccolto, che va da maggio ad ottobre, quando si assicurano il credito per la stagione produttiva successiva – spiega Anne Bauer, direttrice della Divisione Fao per le Operazioni d’emergenza e riabilitazione – Quest’anno la possibilità di ripagare questi debiti si è ridotta al minimo, rendendo impossibile iniziare il nuovo ciclo produttivo a causa della mancanza di capitali contanti”.
Ucciso Gemayel, torna il caos

Il ministro libanese e leader della comunità cristiana, Pierre Gemayel, è rimasto vittima di un attentato in un sobborgo di Beirut ed è morto in ospedale per le ferite riportate nell’agguato. La morte di Gemayel è stata confermata dal leader della maggioranza parlamentare antisiriana Saad Hariri, che ha interrotto una conferenza stampa. «Vogliono uccidere tutte le persone libere. La serie degli assassini è cominciata», ha detto Hariri. Uomini hanno aperto il fuoco mentre il convoglio con il quale il ministro viaggiava attraversava il quartiere cristiano di Sin el-Fil. Aggiornamenti e reazioni
No alla guerra civile
Lo sceicco Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah ha invitato i suoi sostenitori a non dare il via ad una nuova guerra civile in Libano. Nasrallah ha fra l’altro ha detto ” Questo Paese è il nostro, abbiamo sacrificato decine di migliaia di morti, vittime, prigionieri, mutilati e il nostro più grande premio è proteggere il nostro paese e il suo onore. Noi non gli volteremo le spalle e difendiamo la pace tra i residenti così come la stabilità”. Haaretz
Si dimettono ministri sciiti
I cinque ministri dei movimenti sciiti Hezbollah e Amal si sono dimessi questa sera dal governo libanese del premier Fuad Siniora. Lo ha riferito la radio Voce del Libano. Le dimissioni fanno seguito alla brusca interruzione di stamani dei colloqui per la formazione di un “governo di unità nazionale”, che sono stati sospesi a tempo indeterminato dopo quattro tornate di discussioni che erano state avviate lunedì. L’emittente ha precisato che le dimissioni dei ministri Fawzi Sallukh (esteri), Mohammed Fneish (energia), Hamad Trade (lavoro), Talal Sahili (agricoltura) e Mohammad Khalife (sanita’) sono state annunciate in un comunicato congiunto di Hezbollah e Amal. Nel comunicato, si afferma tra l’altro che i ministri sciiti dell’ ”attuale governo” Siniora ”non possono piu’ dare copertura a cio’ di cui non sono convinti”. Il comunicato, in cui si ”augura buona fortuna ai ministri che restano” al governo, afferma quindi che le dimissioni dei ministri di Hezbollah e Amal ”non significano il venir meno dell’accettazione dei punti concordati nel Dialogo nazionale” della primavera scorso, compresa l’istituzione di un Tribunale ”a carattere internazionale” per giudicare i responsabili dell’ assassinio dell’ex premier Rafik Hariri, nel febbraio 2005.
Preferiscono gli italiani
Le truppe Unifil stanno portando pace e sicurezza nel Sud del Libano e contribuiscono con la loro presenza anche alla ripresa economica della regione. Allo stesso tempo rappresentano anche battaglioni di potenziali mariti per le libanesi, in particolare per quelle di fede cristiana; e nessuno è meglio dei soldati italiani. Lo scrive oggi il Daily Star, quotidiano libanese in lingua inglese. “I soldati italiani sono magnifici”, ha detto Nancy Azzi, 18 anni, giunta a Tiro assieme ad una amica di Junieh, “li ho ammirati in tv quando sono sbarcati (in Libano) e mi sono detta che dovevo andare al Sud per incontrarli”. La giovane ha tuttavia spiegato che il suo obiettivo non e’ quello di avere qualche appuntamento con i militari italiani ma di “trovare l’uomo dei miei sogni”. Il Daily Star aggiunge che, secondo un sondaggio informale, le ragazze libanesi residenti nel Sud ritengono gli italiani i “piu’ sexy” tra le truppe straniere giunte in Libano per far osservare la risoluzione 1701 che ha posto fine al conflitto tra Israele e la guerriglia di Hezbollah. Subito dopo i piu’ gettonati sono i francesi e gli spagnoli. Ma l’arrivo delle truppe Unifil rappresenta anche una opportunita’ per gli uomini d’affari e i libanesi piu’ intraprendenti per avviare nuovi commerci ed attivita’ economiche. “Stiamo organizzando serate italiane”, ha annunciato Ghanem Talib, del Tyre Rest House, “serviremo pietanze italiane con sottofondo di musica italiana”. L’uomo ha previsto che l’economia e il turismo avranno una significativa ripresa perche’ “la gente ora si sente piu’ sicura con la presenza delle truppe straniere” nel sud del Libano. Il blog dei militari
Sfiorato lo scontro
Alle 9 e 14 di martedì 31 ottobre si è arrivati «a due secondi» da una nuova guerra alla base di Deir Kifa, quartier generale delle forze francesi dell’Unifil, nel Libano Sud. Il volo in picchiata di due caccia israeliani, arrivati a tiro di missile sopra i caschi blu in aperta violazione della risoluzione 1701, ha provocato un «quasi scontro» tra le forze dell’Onu e Tsahal, e una grave crisi tra Francia e Israele. Se da Tel Aviv si sdrammatizza («non eravamo al corrente dell’incidente, la nostra aviazione non effettua mai sorvoli offensivi sul Libano sud») a Parigi l’irritazione è grande e sembra segnare la fine della buona intesa tra i due paesi nata dopo la visita di Ariel Sharon nell’estate del 2005. Fatto inedito e chiaro segnale di gravità, l’ambasciatore israeliano a Parigi è stato convocato al Quai d’Orsay. Il ministro degli Esteri francese Philippe Douste-Blazy ha espresso a Daniel Shek la «profonda preoccupazione della Francia di fronte al proseguimento dei sorvoli israeliani del territorio libanese» e ha chiesto ancora una volta alle autorità israeliane «di cessare immediatamente tali azioni». Appello caduto nel vuoto. Nella sola giornata di ieri, sono stati contate almeno dodici violazioni dello spazio aereo libanese da parte degli F-15 israeliani. L’ambasciatore Shek si è limitato a dichiarare che il volo del 31 ottobre «non era aggressivo ma di ricognizione» e che per il momento tali azioni non possono essere arrestate» per ragioni di sicurezza. Il ministro della Difesa Michèle Alliot Marie non ha però avuto toni concilianti. Davanti all’Assemblée Nationale ha detto che i caschi blu francesi sono arrivati «a due secondi» dall’aprire il fuoco contro i caccia israeliani che – ha precisato scandendo bene le parole – «minacciavano direttamente le nostre forze». «La catastrofe – ha aggiunto – è stata evitata per un pelo. Siamo stati costretti, nel quadro della legittima difesa, a togliere le protezioni dalle nostre batterie di missili. Ci troviamo nel rischio di un incidente estremamente grave». Conferma dall’esercito. «E’ soltanto grazie al sangue freddo dei militari francesi che abbiamo evitato una catastrofe» ha detto il capitano Christophe Prazuk, portavoce dello Stato Maggiore, precisando che «la sequenza di preparazione per il lancio dei missili era stata ultimata». Sono 1650 i caschi blu francesi impegnati nell’Unifil. La Francia cederà il comando della forza all’Italia il prossimo primo febbraio.
L’onda nera
Missione compiuta. Greenpeace rende noto “Testimoni di guerra”, il rapporto della missione effettuata dalla nave ammiraglia “Rainbow Warrior”, sotto la direzione scientifica di esperti del Ministero dell’Ambiente (ICRAM e APAT), per mitigare gli effetti della marea nera in Libano, causata dai bombardamenti sui depositi di carburante della centrale di Jiyeh, a sud di Beirut. Secondo il rapporto si tratta di una delle maggiori catastrofi ambientali del Mediterraneo. Nel corso delle ricerche, i cui risultati sono stati comunicati all’organismo di coordinamento, si è visto che il catrame si è depositato in gran parte nelle aree immediatamente adiacenti al luogo del disastro e in maniera più sporadica ma talvolta con cospicui quantitativi, a distanza maggiore lungo la costa.Sono state versate in mare tra le 10 mila e le 15 mila tonnellate di greggio che, spinto dal vento e dalle correnti, si è disperso parzialmente verso il mare aperto o lungo la costa. La marea nera ha colpito circa 150 chilometri di costa rocciosa e sabbiosa, fino alla costa della Siria. lastampaweb Anche i nostri soldati all’opera per rimediare a questo disastro
Ciao, Libano
Viaggio a Baalbek
(Ansa) – Baalbek (Valle della Bekaa, Libano). Le sei monolitiche colonne del tempio di Giove, le piu’ alte al mondo di quanto si conservi dell’era classica, svettano sempre li’, insensibili da due millenni agli oltraggi del tempo. Attorno, oggi, non si aggirano pero’ piu’ di tre sparuti gruppi di visitatori, contesi da guide sfaccendate e accaniti venditori di souvenir: segno della desolazione che – settanta giorni dopo lo stop alla guerra scatenata in terra libanese da Israele contro le milizie sciite radicali di Hezbollah – continua a regnare sovrana a Baalbek, gemma solitaria della Valle della Bekaa. La regione, che e’ stata con il sud del Libano e con alcuni sobborghi di Beirut tra le piu’ colpite dai bombardamenti di luglio e agosto, e’ una delle roccaforti del Partito di Dio nel Paese. Un luogo nel quale la ricostruzione appare al massimo un auspicio e il clima bellico si respira ancora. Se non altro perche’, guardando in cielo, non e’ escluso di potervi scorgere traccia dei sorvoli di ricognizione dei jet con la Stella di David, ripresi in questi giorni dopo una pausa e malgrado i moniti del comando di Unifil. Nella Bekaa, del resto, Unifil non c’e', ne’ e’ previsto dagli accordi che ci sia in futuro. Scavallata la catena del Monte Libano e aggirato cio’ che le bombe hanno risparmiato di un imponente viadotto costruito a suo tempo da mani italiane, non vi s’incontrano che posti di controllo dell’esercito regolare: a cui Israele e la comunita’ internazionale chiedono di rafforzare le posizioni per tenere a bada le milizie sciite e le denunce di traffico d’armi dal vicinissimo confine siriano. Mentre Hezbollah fa sentire la sua presenza con striscioni, bandiere e gigantografie raffiguranti in egual misura il capo supremo Hassan Nasrallah e il defunto ayatollah Khomeini: omaggio al grande fratello iraniano.Anche nel sito archeologico di Baalbek, all’ombra di vestigia romane d’inestimabile valore, il Partito di Dio non rinuncia a fare capolino. Attraverso le t-shirt giallo-verdi, decorate con kalashnikov stilizzati e slogan bellicosi, che sulle bancarelle semiabbandonate fanno concorrenza a piu’ tradizionali depliant turistici, pezzi d’artigianato,monete antiche o presunte tali, reperti e paccottiglia varia. ”L’ultima guerra almeno qui non ha fatto danni, grazie a Dio e all’Unesco”, dice Khalil Abbas, un insegnante riciclatosi come guida, additando lo spettacolare panorama dell’ area degli scavi di Baalbek: la Citta’ del Sole (Heliopolis) consacrata in origine dai Fenici al culto sfrenato del dio Baal e di sua moglie Astarte, per essere poi convertita dai Romani a maggior gloria di Giove, Venere e di Bacco, ricordato tuttora da un tempio pressoche’ intatto. Il danno c’e’ tuttavia anche in cio’ che non si vede. O che non si vede piu’: il turismo. ”In effetti i visitatori sono di nuovo scomparsi e chissa’ per quanto”, ammette Khalil, preoccupato come tanti altri dall’esaurimento di una bombola d’ossigeno vitale per una regione indicata gia’ da decenni tra le piu’ depresse, isolate e flagellate dall’emigrazione dell’intero Libano.Al di fuori del perimetro della zona archeologica, d’altronde, va pure peggio. Ai margini della Bekaa qualche segno di ripresa e’ visibile solo fino a Zahle’, enclave a maggioranza cristiana celebre per la qualita’ gastronomica dei ristorantini in riva al torrente Birdawni pronti da oggi a essere presi d’assalto anche dai musulmani benestanti in festa per la fine del Ramadan. O a Ksara, dove ha sede da oltre un secolo la piu’ rinomata azienda vinicola del Medio Oriente, tornata piu’ o meno alla normalita’ dopo l’emorragia di manodopera (in gran parte siriana) patita durante il conflitto dell’estate. Ma non appena ci s’inoltra nel cuore sciita della provincia la musica cambia. I crateri delle bombe, colmati a stento dal pietrisco, punteggiano tuttora la strada. Mentre nell’abitato moderno di Baalbek ben poche delle circa mille case gravemente devastate dal conflitto (stima del Comune) appaiono in via di riparazione. E se l’ospedale al-Hikme’, teatro in agosto di un raid condotto sul terreno dai commandos israeliani, sembra aver ritrovato un suo precario equilibrio di lavoro quotidiano, le attivita’ del suk e di molti delle centinaia di negozi danneggiati languono senza speranza. Tra lamentele diffuse contro la latitanza del governo di - considerato spesso lontano, se non ostile, in questa vallata – e un alternarsi di gratitudine e scetticismo verso l’azione di supplenza vantata dalla rete social-propagandistica del Partito di Dio.”La guerra mi ha lasciato danni per duecentomila dollari”, esagera il proprietario di un laboratorio dolciario ridotto in macerie. ”Lo Stato – aggiunge – non mi ha dato nulla, ma non mi lamento troppo perche’ Hezbollah ha promesso di rimborsarmi se il governo non lo fara’ e ha gia’ anticipato diecimila dollari per ciascuno dei miei tre appartamenti danneggiati”.Meno convinto si mostra Hussein Awada, titolare d’un negozio di tessuti di cui non rimane quasi nulla e raro simpatizzante nella Bekaa del leader moderato sunnita Saad Hariri, figlio dell’ex premier Rafik ucciso nel 2005.”A due mesi dalla fine della guerra – dice – nessuno si occupa di noi. Non lo fa lo Stato, ma non lo fa davvero neppure Hezbollah che distribuisce elemosine e solo ai suoi adepti. Mentre io non voglio soldi, voglio che siano ricostruite le nostre botteghe”. Alessandro Logroscino Il tempio del sole
